Mimesis, scritture, maestri
Une redattrice editoriale disvela la natura mimesica del suo lavoro e mostra la sperimentazione di una didattica della scrittura che si avvale dell’esercizio fisico della mimesis.
Une redattrice editoriale disvela la natura mimesica del suo lavoro e mostra la sperimentazione di una didattica della scrittura che si avvale dell’esercizio fisico della mimesis.
Un’insegnante della scuola dell’infanzia ci fa vivere quel che succede in una classe se si accende la capacità mimesica dei bambini.
Cosa succede se si sollecita, in un determinato contesto educativo o terapeutico, un soggetto a utilizzare in maniera qualificata la propria capacità mimesica? I saggi raccolti nel volume investigano tale questione, testimoniando le azioni formative, educative o terapeutiche incentrate sull’esercizio della capacità mimesica intraprese dagli autori.
In questo saggio si riflette sulla diversità sessuale, che viene intesa dall’autore come concernente un riconoscimento di sé in sé e l’espressione, manifestazione e attuazione con altri esseri umani di questo riconoscimento.
Queste note a margine sono scaturite dalla lettura attenta delle parole di bambini di scuola primaria in risposta a una domanda proposta loro dai ricercatori coinvolti nel progetto “Nulla dies sine linea” – «Che cosa hai imparato a scuola?» – e, proprio a partire dalle parole scritte dai bambini, il presente studio si propone di riflettere intorno al senso della scuola.
In questo saggio si parla di mimesis e della rilevanza di questo dinamismo per il costituirsi dell’agire umano. Poiché l’essere umano impara ad agire attraverso un processo mimesico, da un punto di vista etico il problema della formazione umana potrebbe dirsi in questi termini: di chi è bene fare la mimesis? A chi è bene che ci rendiamo simili? È inoltre necessario chiedersi: è possibile che quel che è bene per il singolo lo sia anche, necessariamente, per la convivenza?
Il presente studio intende fornire un contribuito alla riflessione legata alla fruizione sinestetica delle opere d’arte all’interno degli spazi museali: la proposta che segue si concentra sull’accesso all’opera che si può realizzare attraverso un qualificato movimento corporeo – un giocare – costruito in intimo dialogo con l’opera stessa.
Questo articolo si apre con un ripensamento dell’etimologia di “educare”, per riflettere sull’esistenza di un permanente nei processi educativi.
Questo studio intende riaffermare la valenza educativa dell’opera pirandelliana e contribuire a superare il misconoscimento che ancora grava su di essa.
Analizza alcune pagine in cui è possibile riconoscere l’intento edificante dell’autore e il suo impegno a ‘cantare’ di una verità che rende umani.
Questo contributo intende riflettere su una delle ultime lezioni di Edda Ducci per come l’ha espressa nell’ultima delle opere collettive che ha curato all’interno della collana di Anicia da lei diretta, “Filosofare sull’educativo”, per verificarne la portata nella riflessione filosofico-educativa che segna l’attualità.