mimesis
mimesis

Essere accesi per cambiare il mondo

La “grande distrazione”, che proponiamo come categoria pedagogica ed esistenziale, ci sembra rappresentare un rischioso nuovo paradigma dell’oggi: è l’assiduità del distoglimento da  sé,  il  continuo  essere  spostati  altrove,  la  pervasiva  induzione  a  eludere il  qui  e  ora,  il ripiegamento  delle  più  belle  energie  umane  verso  la  stasi. È  allora  necessario  e  urgente chiederci:  come  si  può  favorire  la  presenza  piena,  nella  vita  quotidiana  e  in  particolare  nei contesti educativi? Nel presente studio, attraverso le riflessioni di autori classici e il pensiero complesso di Edgar Morin, mettiamo in luce come un’educazione poetica (ossia che coltivi e valorizzi    la    capacità    mimesica    e    la    partecipazione    estetica    alla    realtà)    consenta un’intensificazione della qualità dell’esserci e dell’essere insieme, e quindi della presenza. Riportiamo infine un esempio di educazione poetica raccontando l’esperienza del progetto educativo “Il sasso nello stagno. In movimento tra parole e storie”, una sperimentazione svolta in alcuni licei italiani in cui la lettura espressiva ha costituito la via privilegiata per accendere e aiutare a manifestare la presenza piena degli studenti.

Premessa (Mimopaideia)

Cosa succede se si sollecita, in un determinato contesto educativo o terapeutico, un soggetto a utilizzare in maniera qualificata la propria capacità mimesica? I saggi raccolti nel volume investigano tale questione, testimoniando le azioni formative, educative o terapeutiche incentrate sull’esercizio della capacità mimesica intraprese dagli autori.

Mimesis ed etica

In questo saggio si parla di mimesis e della rilevanza di questo dinamismo per il costituirsi dell’agire umano. Poiché l’essere umano impara ad agire attraverso un processo mimesico, da un punto di vista etico il problema della formazione umana potrebbe dirsi in questi termini: di chi è bene fare la mimesis? A chi è bene che ci rendiamo simili? È inoltre necessario chiedersi: è possibile che quel che è bene per il singolo lo sia anche, necessariamente, per la convivenza? 

La formazione a una società della solidarietà

Tutte le facoltà umane sono, dunque, chiamate in causa quando si tratta di concretare questa realtà – quella dell’agire solidale – e, perciò, un riconoscimento meramente razionale (cioè un riconoscimento che si realizzi facendo ricorso unicamente a quella facoltà che pure ci appare tra quelle umane la più eccellente) dei bisogni dell’altro non potrà che generare una solidarietà povera! Perché si possa davvero parlare di una solidarietà reale occorre altro: in questo saggio l’autore si impegna a riflettere proprio intorno a questo altro.